
In occasione del 2 giugno, 80° Anniversario della Proclamazione della Repubblica, rendiamo disponibile il testo integrale di “Un anniversario”, scritto di Anna Banti in ricordo del primo voto concesso alle donne (alle elezioni amministrative del 10 marzo 1946) e pubblicato su «Il Nuovo Corriere» il 6 marzo 1955.
UN ANNIVERSARIO
Come la maggioranza delle donne ho il pudore delle memorie personali: ma mi pare che questa volta valga la pena di fare eccezione per fermarsi su un ricordo che, dopo tutto, strettamente personale non è. Dico del giorno in cui ci fu concesso, anzi prescritto, di esprimere il nostro parere sulle istituzioni del nostro paese. Dieci anni sono passati da quella mattina estiva: le ventenni di oggi non possono ricordarsene chè ne avevano dieci ed erano bambine ancora spaurite e sbrigliate dai tonfi, dagli spaventi e anche dalle curiose libertà della guerra. E non credo che le loro mamme e sorelle maggiori si sian curate d’informarle dei loro sentimenti in quella nuova circostanza: sarebbe ormai un errore imperdonabile indulgere ancora nell’ottocentesca leggenda della donna colla testa fra le nuvole, tutta presa dai sogni del sentimento e della fantasia, facilmente infatuata ed esaltata.
Sta di fatto che quel due di giugno le donne italiane se ne andarono a votare quiete quiete, come se lo facessero per vecchia abitudine, e il loro modo di avviarsi e di fare la coda davanti alla Sezione stava fra il portamento moderatamente festivo di chi va a messa e la pazienza lunga della massaia che aspetta di esser servita alla bottega. Il nostro seggio elettorale era in periferia, fra gli iscritti prevalevano gente di campagna, operai, piccoli agricoltori; e gran quantità di donne. Riconobbi la Ida stiratora, la Nella sarta a giornata, Marisa che lavora allo scatolificio e le mogli di due mezzadri, la Giovanna e la Gina. Ognuna per conto suo, come erano arrivate. Giovani e anziane si comportavano alla stessa maniera: appena si avvertiva nel loro salutarsi un leggerissimo ammicco d’intesa più che di soddisfazione: che insomma altro non significava se non: “e anche tu sei qui”. Pochissime le parole scambiate e, semmai, si riferivano a fatti di casa, soprattutto all’eterna fretta della donna di faccende che non può perder tempo, specie di mattina. Nessuna, letteralmente, si mostrava interdetta o malsicura, nessuna aveva bisogno dell’assistenza degli scrutatori per farsi ulteriormente spiegare le modalità del voto; nessuna si sbagliò nell’ordine delle formalità che venivano richieste. Venuto il loro turno, pigliavano la scheda, porgevano la carta d’identità, scomparivano in cabina. Se qualcuno (ma raramente accadeva) accennava a scherzare sulla novità della loro presenza, sorridevano leggermente, ma lasciavano cadere il discorso. Ci voleva poco a restar persuasi che chiunque avesse provato a chieder loro come avrebbero votato e perché, insomma a discutere (ed era una così bella giornata, si stava volentieri in coda, sotto gli alberi del viale) avrebbe perduto il suo tempo. Se un’ombra, infatti, poteva intravedersi su quei visi tranquilli, era di lieve diffidenza, quella stessa della casalinga sospettosa di chi vuol mettere il naso nei fatti della sua famiglia.
Guardavo la Giovanna, che conosco bene, una donna così all’antica da non andare in chiesa quando le si sposano le figlie: tanto è ligia alle tradizioni della sua montagna che vogliono la massaia in cucina a regolare la festa di nozze. Sapevo che avrebbe firmato con una croce. Era sola, i suoi uomini avrebbero votato nel pomeriggio; stava raccolta e un po’ scontrosa sotto la sua pezzola nera, avveduta come quando contratta la vendita dei suoi polli e conosce al centesimo il prezzo del giorno in mercato, che non si sa chi l’informi, Lei non scende mai in città. Bene, nessuno fu meno impicciato di lei quando la chiamarono: prima di entrare in cabina si strinse il nodo del fazzoletto sotto il mento.
Certo io ero più commossa di lei, e mi sarebbe piaciuto scambiarci una parola, chiederle magari che effetto le aveva fatto quella faccenda del voto e se credeva che fosse una cosa buona o cattiva. Ma lei se ne filò via col suo passo lungo, più impacciata nel salutarmi di quel che non fosse apparsa fino allora.
Quasi mi vergognavo. Non potevo infatti nascondere di sentirmi eccitata tanto dalla mia situazione personale come – e forse più – da quella delle donne che mi stavano accanto. La sensazione di star per dare un esame non mi lasciava un momento e mi suggeriva quell’impulso nervosetto di chiacchera scherzosa che anima gli studenti prima di una prova difficile. Ogni poco mi assicuravo di non aver perduto il certificato elettorale e quando si trattò di entrare in cabina, ci girai intorno senza vederne l’uscio socchiuso. Così succede alle donne meno donne, voglio dire alle donne meno pratiche. Devo aggiungere che mi batteva il cuore.
Questo ricordo, a ripensarci, ha qualcosa della freschezza dell’infanzia e della prima adolescenza: si colora naturalmente di rosa e di verde tenero. Eravamo così giovani di speranze, nel 1945: la pace, che tutte le donne, senza distinzione, amano sopra ogni cosa, credevamo di averla in pugno, per sempre. Oggi, incerte del futuro come forse non lo fummo mai, sappiamo che se si è ottenuto il voto, poco o nulla è cambiato intorno a noi; e che alla parità dei diritti politici non ha corrisposto il riconoscimento di una parità civile, famigliare, ben più importante nella vita vera, che è quella di tutti i giorni. Senza dubbio saremo accolte, fra non molto, nelle giurie popolari, saremo magistrati e diplomatici: ma non così presto ci sentiremo sicure di aver raggiunto una fraternità coll’altro sesso e fra noi (del tutto interdipendenti, anche se non sembri) che è il nostro primo e più urgente bisogno. E anche di questa “fraternità” pacifica e sottintesa il giorno indimenticabile del nostro primo voto offrì un carissimo presagio: e fu quando gli uomini, avvedendosi che l’ora si faceva tarda, spontaneamente e d’accordo cedettero il turno alle donne che avevano da preparare il pranzo. Non era cavalleria: era (e magari un tantino egoistico) un riconoscimento di competenze. Una cosa da nulla, direte voi. Eppure provate a proporre qualcosa di simile oggi, agli sportelli di un ufficio qualunque.
Vi farete canzonare o peggio.
Anna Banti
marzo 1955